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Distribuzione del gas: i Comuni possono cedere la proprietà delle infrastrutture

Distribuzione del gas- i Comuni possono cedere la proprietà delle infrastrutture

Nell’immenso calderone della legge regionale di semplificazione è finito anche un provvedimento in tema di dotazioni strutturali destinate alla distribuzione del gas, di ragguardevole portata per i Comuni.

Si tratta della possibilità per gli enti proprietari delle infrastrutture di cedere la relativa proprietà secondo la disciplina statale vigente in materia di regime giuridico della proprietà pubblica.

L’argomento è di assoluta attualità, perché sono moltissimi i Comuni impegnati nel passaggio dell’espletamento delle gare.

Tutto prende avvio con il decreto legislativo 164/2000, il cosiddetto decreto Letta, che aveva come obiettivo la liberalizzazione e l’efficientamento della gestione delle reti del gas. Un percorso che non si è ancora concluso con la gran parte degli attuali gestori che continuano a gestire le reti in forza di una concessione assegnata in via diretta e, quindi, senza gara.

Con il decreto del 2011 è stata disposta la costituzione degli ATEM (ambiti minimi territoriali) che avranno il compito, soprattutto, di svolgere le gare per l’affidamento del servizio di distribuzione del gas.

E’ un’operazione estremamente complessa che vedrà impegnati 17 ATEM ad indire le gare entro il 2014 e 11 ATEM entro il 2015.

In una fase congiunturale come quella attuale, in cui i Comuni sono sempre più impossibilitati a fare nuovi investimenti, per la necessità di rispettare i vincoli derivanti dal patto di stabilità, la possibilità di alienare parti del proprio patrimonio costituisce una risorsa fondamentale che regala ossigeno a bilanci ormai asfittici.

Questo provvedimento ha ricevuto il nostro contributo alla sua elaborazione in fase preparatoria, ma, come tutti gli altri articoli della legge semplificazione ha avuto il voto contrario del PD.

Il modo di operare della maggioranza, che decide di modificare con un solo provvedimento ben 26 leggi e che ha generato oltre 400 emendamenti, non risponde ai criteri dell’organicità e della chiarezza, vanifica l’obiettivo stesso della semplificazione e porta a confusione normativa.

Ancora di più per materie come quella dei servizi pubblici locali che, per la loro complessità, necessiterebbero di testi unici dedicati.

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